3.Approfondimenti di storia della letteratura greca: storiografia.

Breve rassegna dei maggiori storici greci: Tecnica della ricerca, metodo, ideologia, scopi in Erodoto, Tucidide, Senofonte, Polibio, Plutarco.

 (Parte terza) 

 4. Polibio.

Un altro storico, che in maniera analoga a quella di Tucidide, trae materia per la sua narrazione da argomenti contemporanei, è Polibio, il maggior rappresentante della storiografia ellenistica. A lui è toccato il singolare destino di essere stato volta a volta, osannato come uno dei più grandi storici del mondo, reputato come un erudito teorico sistematore di metodi storiografici o disprezzato come un presuntuoso e fatuo denigratore che, nello stesso momento in cui critica gli altri, non si accorge dei suoi stessi errori. “In medio est veritas”. L’aver posto Polibio ad una prima lettura al fianco, se non al di sopra di Tucidide, ha indotto amaramente a ricredersi ad una rilettura più attenta e  critica.  Una cosa, però, è certa che la sua fortuna fu dovuta al fatto di essere stato mandato a Roma insieme ad altri ostaggi greci, dopo la sconfitta di Pidna, perché diversamente sarebbe rimasto un qualsiasi uomo politico. Infatti, nella “caput mundi” rimase 17 anni come maestro dei figli di Paolo Emilio, avendo nel contempo la possibilità di conoscere le massime personalità del tempo e soprattutto di osservare in un ambiente ricco di prestigio culturale la situazione politica, indagando le cause di una potenza, quella di Roma, così rapidamente cresciuta e restando profondamente convinto della superiorità della costituzione romana. E anche quando, ottenuto il permesso dal Senato, tornò in patria, egli rimase legato a Roma e alla famiglia degli Scipioni, presso i quali più volte fece ritorno per seguire l’Emiliano in parecchie conquiste e guerre, tra cui la presa di Cartagine e di Numanzia.

La sua permanenza a Roma, il conoscere a fondo la politica e la costituzione dei suoi nemici di un tempo, fecero sì che Polibio cominciasse a nutrire grande simpatia e ammirazione per questo popolo, sempre più di anno in anno, fino a restarne del tutto conquistato, tanto che nei suoi 40 libri di “Storie” mostrò apertamente i suoi sentimenti filoromani. Componendo la sua opera, egli si propose di scrivere una storia universale e pragmatica. In effetti già altri, come Eforo per esempio e dopo di lui Diodoro, si erano proposti un simile progetto, ma non ci erano riusciti perchè non avevano fatto altro che sommare la storia di un popolo con quella di un altro senza alcun nesso logico, Polibio invece ci riuscì perché prese come punto di riferimento per lo sviluppo della storia dei vari popoli quella del popolo romano che era il centro catalizzatore degli avvenimenti internazionali. Inoltre egli pensò proponendosi il <<pragmatikos tropos>>, il metodo pragmatico, all’utilità della sua opera come formazione degli uomini politici da un lato, e dall’altro come insegnamento per tutti. Storia pragmatica equivale quindi per Polibio a narrazione di azioni pratiche senza l’ingerenza di favole mitologiche e spunti eruditi. Egli considera la religione “instrumentum regni”, e, rifacendosi a Tucidide, ritiene che indispensabili siano queste tre cose, studio e critica delle fonti, conoscenza personale dei luoghi, ed esperienza politica soprattutto.

Egli era convinto infatti che “l’esperienza dei fatti si formi nel vivo dei maneggi politici, e che quanto avviene nei palazzi non trapeli a quelli che, sudditi, e soltanto sudditi, stanno sulla piazza” (Del Grande)  e che ogni fatto ha sempre la sua causa prossima e remota. Pertanto studiò a fondo le cause che determinavano gli avvenimenti politici, distinguendo l’<<aitìa>>,  il pretesto , dalla <<prophasis>>, cioè la causa remota, e dall’<<archè>>, cioè la causa vicina. Ma la fissazione di sistemare e inquadrare ogni evento sempre e soltanto in base ad un metodo prestabilito portò più danno che vantaggi alla profondità e imparzialità dello storico e lo rese inferiore a Tucidide da lui preso a modello.

Infatti, mentre l’Ateniese vagliò e studiò i fatti, cercando di spiegarli e renderli il più chiaro e razionale possibile, senza disconoscere i propri limiti e ammettendo anche l’imponderabile, Polibio invece con la presunzione di poter spiegare tutto fu meno profondo dello storico della guerra peloponnesiaca, il quale trasse la legge della similarità degli eventi umani in senso ideale, non rigorosamente spicciolo e pragmatico.

Di qui gli errori di Polibio che critica la resistenza greca ai Romani, e quando la sua patria fu sottomessa, ritenne che era destino ineluttabile di tutti i popoli che andavano contro Roma, ma non ebbe il presentimento che la Grecia capta”  avrebbe poi su un altro piano conquistato Roma come avvenne e notò principalmente Catone. Di qui la sua incontrollata ammirazione per la costituzione romana e il credere che in essa vi fossero compendiate le tre forme di governo considerate da lui ideali, monarchia, aristocrazia e democrazia, e questo non gliene fece vedere i limiti e l’insufficienza allo stato attuale, sicché neppure il popolo romano poteva sottrarsi all’<<anaciclosi>>, vale a dire a quella evoluzione ciclica per cui i governi cambiano e tornano al punto di prima, la quale  costituisce la sua teoria sulla natura e lo sviluppo delle costituzioni politiche e quindi degli Stati. Di qui infine la sua tardiva delusione, come mostrano alcune considerazioni relative ad una non ben fusa seconda edizione delle “Storie”, sulla giustizia e incorruttibilità del popolo romano, la sua disapprovazione della politica senatoriale troppo legata ai propri interessi di classe e la sua preoccupata avversione al moto dei Gracchi, come possibile prefigurazione e spettro dell’<<oclocrazia>>, cioè la fase ultima dell’<<anaciclosi>> che reca con sé l’anarchia, il disordine e l’imperversare dei brutali istinti. Polibio, nonostante le oscurità di stile e la forma contorta, fu tuttavia, come la maggior parte degli studiosi gli riconosce, lucido e preciso nell’esposizione delle battaglie e delle trattative diplomatiche.     

 5. Plutarco.

Ultimo in questa rassegna di storici è Plutarco. Con lui siamo già nel periodo romano, durante il quale gli scrittori temono il confronto “tra ciò che fanno e ciò che è stato e sono guardinghi ad esprimere i propri sentimenti” (Del Grande). Plutarco, invece, pare che non abbia reticenze a porre in confronto il suo mondo, il greco, con quello romano, tuttavia egli non opera le sue scelte esemplari oltre i limiti cronologici posti dalla fine della libertà ellenica. Forse il suo orgoglio nazionalistico e patriottico si spegne di fronte all’amara considerazione che, quando la libertà è tolta, nessuna grandezza morale può sussistere. Siamo quindi già “in medias res”, cioè a quelle “Vite parallele” a cui è legata la fama di Plutarco. A lui, curiosamente, dobbiamo la maggior parte di notizie su Sparta  e i suoi ordinamenti, a lui che storico, nel vero senso della parola, non fu. Ma quando Plutarco scriveva, il sistema spartano non era stato risparmiato dalla critica, nonostante che il filolaconismo fosse diffuso a cominciare dal IV secolo. Platone e Aristotele criticano Licurgo, Senofonte stesso, che filospartano fu non poco, constata la prossima decadenza della costituzione spartana. Ebbene Plutarco non critica Licurgo, ammira grandemente Sparta. Cosa ne deduciamo? Due fatti importanti: il metodo storico di Plutarco e il suo scopo nel comporre le Vite.

Innanzitutto il materiale di cui disponeva, se pur vasto, era malsicuro. Specie per il mondo greco attinse a fonti storiche antiche e alle poco attendibili biografie ellenistiche. Il filolaconismo è in quelle fonti. Plutarco in effetti non aveva pretese storiche, egli voleva esaltare la grandezza eroica delle umane imprese. Di qui l’ammirazione per quel tipo di primitività spartana che ha il suo fondamento e la sua grandezza nel più saldo rigore morale e nella più decisa fermezza di volontà. Riassumendo quindi Plutarco non cura le fonti come storiografo, ma come scrittore. Ne usa poche, quando potrebbe sservirsene di molte, oppure le fonde e contamina, perché seguire una piuttosto che un’altra per lui è del tutto indifferente. Solo per la storia romana, impedito anche dall’imperfetta conoscenza del latino, ricorre ai maggiori storici, specialmente Tito Livio e Tacito per la vita di Galba e Ottone. La sua preoccupazione principale è una sola caratterizzare il personaggio. Per questo riporta aneddoti, episodi e storie singolari, le cose insomma in cui, a suo giudizio, meglio si manifesta l’indole dell’uomo.

Così afferma nella vita di Alessandro:

"Non scrivo un’opera storica, ma una biografia, e non sempre, solo negli avvenimenti più celebri, si manifestano i vizi e le virtù. Spesso anzi un fatto insignificante, una parola, uno scherzo manifestano l’indole di un uomo, più delle battaglie sanguinose e dei grandi schieramenti di eserciti e degli assedi delle città. Come i pittori si limitano a cogliere i tratti del volto e l’espressione dello sguardo, da cui traspare il carattere, e tralasciano il resto del corpo, così pure a me si deve concedere di addentrarmi nelle manifestazioni dell’animo dei miei eroi e costruire su queste la vita di ognuno, lasciando agli storici la descrizione delle loro grandi imprese" (trad.F.Brindesi).

 E’ questo il significato delle sue biografie: mettere in risalto dei suoi personaggi le virtù. E nel confronto tra un greco e un romano, fatto con l’intento di dimostrare che sia in Grecia che a Roma, operando in ambiente diverso e con diverso carattere, l’uomo abbia saputo affrontare i pericoli con uguale coraggio e portare a compimento imprese egualmente grandi, si pone in luce il suo fine che non è storico, ma umano e morale. Egli, infatti, compone le Vite, secondo la tecnica biografica peripatetica, tracciando le linee principali della vita ponendone in risalto le qualità morali, <<ethe>>, tramite le imprese, <<prakseis>>, e concludendo con la <<sunkrisis>>, il confronto cioè tra il personaggio greco e quello romano. Confronto che spesso è istituito in modo fittizio, accanto ad efficaci accostamenti come quello di Alessandro e Cesare, Demostene e Cicerone. Tranne qualche personalità di secondo piano, personaggi storici notevole sfilano nella galleria delle Vite di Plutarco, personaggi a cui lo scrittore talvolta ha posto i “coturni”, gli stivali degli attori tragici, per quel pathos tragico che è la sua musa ispiratrice. Pensiamo a Mario braccato e indomito nella sua fuga, a Bruto turbato nella sua meditazione dolorosa dall’apparire del fantasma di Cesare, a Catone che si uccide, riaprendo le ferite, dopo aver dichiarato insostituibile la libertà ecc. Non per niente Plutarco esercitò una profonda suggestione su Corneille, Racine, Voltaire, Foscolo, Goethe e altri ancora, ma soprattutto su Shakspeare e Alfieri. Plutarco ha esaltato inconsapevolmente forse il titanismo e l’eroismo storico: “historia paucorum opus” in cui la massa  è costituita solo da anonime comparse.

 (fda)