E’ necessario porvi rimedio … e farlo prima possibile.

Realtà Virtuale, dipendenza dalla tecnologia e “sindrome da deficit d’attenzione”nella vita reale.

di Francesco D’Andrea

La dipendenza dalle nuove tecnologie produce effetti devastanti sui nostri giovani dal punto di vista etico, sociale e biologico. Tali effetti si manifestano soprattutto con l’incapacità di concentrarsi per lunghi periodi e di fissare la propria attenzione sul mondo reale.

Quando negli anni Ottanta, anche in Italia, oltre che nel mondo si diffondeva sempre di più l’uso del Personal Computer e di pari passo di Internet, l’accoglienza in generale era positiva, se non addirittura talvolta euforica, in diversi settori, scuola compresa. Si pensava esclusivamente agli aspetti, per così dire vantaggiosi, che questo avrebbe prodotto per i ragazzi e gli adolescenti. Questi nuovi mezzi di comunicazione che si affiancavano a quelli audio e video già esistenti (TV. Videotape, ecc) e li sopraffacevano in estensione, in velocità, in termini sincronici e diacronici, generavano, inutile nasconderlo, entusiasmo anche in chi era preposto per natura o per ruolo (genitori e insegnanti) all’educazione e formazione dei ragazzi e degli adolescenti. Nascevano in quegli anni diverse iniziative, convegni, gruppi di studio per la produzione di”ipertesti”, per propaganda di enciclopedie multimediali; in sostanza si cercava di dare una dimensione precisa a quello che, anche “Associazioni di genitori democratici” indicavano, negli incontri e convegni da loro promossi, come il “bambino tecnologico”. Da allora ad oggi le cose sono cambiate completamente e all’ulteriore evoluzione dei mezzi tecnologici e della rete è corrisposto anche, purtroppo nei ragazzi (e non solo in essi), un degrado etico, sociale e biologico che connota l’attuale comportamento di molti di essi che, ormai, per così dire non vivono più “a cielo aperto”, ma sono richiusi nei labirinti, senza via d’uscita, del mondo virtuale. Anche il modo di atteggiarsi dei ragazzi, per lo più, si adegua a forme di comportamento statico o assente o teso all’isolamento, all’immobilismo, alla pigrizia fisica oltre che intellettiva. Con gli inseparabili auricolari, sono spesso nelle mura domestiche stravaccati su divani, facendo così apparire pienamente azzeccato il termine che il giornalista e autore televisivo, Michele Serra, usò per il titolo del suo libro, pubblicato nel 2013, “Gli sdraiati” (Feltrinelli Ediitore). Di essi fa parte suo figlio Tizio, diciottenne che l’autore osserva continuamente, senza per altro riuscire a comprenderlo, ma in parte cogliendo la sua essenza un pomeriggio in cui così racconta:

«Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Annoto con zelo scientifico, e nessun ricamo letterario. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un wurstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all'iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica».

Molti adolescenti quindi non sono più ricettivi agli input dei propri genitori, dei loro educatori, e in generale degli “altri”. Perché essi vivono nel loro mondo. Certamente non tutti gli adolescenti sono così, ma sicuramente esiste, per i nostri ragazzi, un problema di scollamento tra la vita vera e il mondo virtuale.Senza dubbio ci sono giovani che riescono, pur inondati dai molti ritrovati tecnologici oggi esistenti, a venirne fuori, a non esserne travolti, ma è altrettanto vero che ci sono quelli che rischiano molto fino ad una totale dipendenza che li induce ad alzarsi in piena notte per leggere una a mail o un messaggio, ad interrompere qualsiasi cosa stanno facendo, anche e soprattutto il pasto, se sono richiamati dalla musichetta o squillo del loro smartphone. Alcuni hanno raggiunto un tale livello di abilità che riescono a inviare messaggi alla cieca, senza neppure togliere di tasca il cellulare. E se sono fuori di casa insieme ad altri ragazzi, non si tratta di un vero incontro tra amici, ma di un pretesto per continuare a fare ciò che fanno di solito, perché dopo un po’, non si parlano più e ciascuno comincia a smanettare col suo smartphone. Il web, con tutti i social network annessi e connessi, per alcuni è un idolo sacro che richiede sacrifici e vuole vittime. Le calunnie diffuse attraverso la rete, il “cyber bullismo” sono inevitabili conseguenze di tali comportamenti e di tali dipendenze. E se anche i genitori, la scuola e altre istituzioni lanciano il loro grido d’allarme, coloro che sono super stimolati da internet e dagli smartphone finiscono per diventare “schiavi tecnologici”. Infatti, la tecnologia digitale, se usata male, costringe il nostro cervello ad assumere una modalità per cui non è programmato, come un algoritmo sbilanciato. Bisogna combattere assolutamente questo stato di cose, disintossicarsi come si suole dire, e cogliere ogni occasione per allontanarsi dagli strumenti per i quali è scattata la dipendenza, per riequilibrare il nostro essere e dare vita alla propria creatività, ricuperando la libertà del nostro libero modo di pensare e concepire le cose. Per i ragazzi poi è fondamentale combattere quella che ormai è stata configurata come una vera e propria “sindrome da deficit d'attenzione”. La mente, abituata a non riflettere, ma ad essere velocemente reattiva agli stimoli digitali, va fuori giri e non riesce più a stare concentrata su niente. Negli stati Uniti circa il 20 % di ragazzi compresi tra i cinque e diciotto anni è afflitto da deficit dell’attenzione, perché vittima della dipendenza virtuale. Occorre dire basta, una volta per tutte, ad un modo di vita dei nostri giovani dove c’è dialogo zero e attività zero. Occorre invece trovare il coraggio di spezzare le catene della schiavitù tecnologica, di tuffarsi nella realtà vera, con i suoi reali problemi, e conoscerla, affrontarla, magari lottare per cambiarla in meglio.